Da Massimo Bontempelli, Vita e morte di Adria e dei suoi figli, Milano, Bompiani, 1930

StampaEmail

 Votata alla solitudine, ma con il telefono
 
In Vita e morte di Adria e dei suoi figli, romanzo di Massimo Bontempelli, domina la figura di Adria, una donna che a trent’anni si consacra alla “perfetta bellezza” e si ritira a Parigi in un isolamento assoluto per preservare la propria esistenza da ogni preoccupazione. Lontana dal marito e dai figli, nel chiuso della sua alcova intreccia relazioni esclusivamente telefoniche. Il telefono “fatto installare perl’interno di casa come per la città” è il mezzo per impartire ordini alla governante, per conversare con vecchi amici senza mai incontrarli né vederli, ma anche per conoscere gente nuova, per sviluppare una personalità che “prima del ritiro era rimasta a tutti, e a lei stessa, nascosta”.

Con la volontà che aveva sempre costruito ogni atto della sua vita (e forse la sua stessa bellezza fin dall’origi­ne) con quella stessa volontà onde per tanti anni era riuscita a dormire senza sognare (fino al sogno che l’ha spinta a questo), con quella si comandò di non cadere ammalata mai, per non essere costretta a mostrarsi; e vi riuscì fino all’ultimo. Più i giorni e i mesi passarono, con maggior terrore ella pensò a quel pericolo; si diceva che se qualcuno fosse riuscito ad arrivare fino a lei e vederla, lo avrebbe fatto uccidere (e se ne sentiva capace) o sa­rebbe morta.
Dalle sue stanze bandì ogni specchio.
Mise in ciò una attenzione sospettosa e pedante. I mobili erano opachi. Ai vetri delle finestre erano adatta­te bianche tendine tese e fisse perché il vetro quand’era aperto non formasse contro l’imposta improvvisamente una superficie specchiante.
[…] Passava le giornate leggendo, disegnando vestiti e al­cuni cucendone lei stessa, perfezionando l’interno della dimora; spesso anche senza far niente, e senza annoiar­sene. Si faceva venire libri d’ogni genere, si era abbonata a una quantità di riviste e giornali, e stava al corrente della vita del mondo molto più di quando era libera e conversava con tanta gente. E’ stato detto che fin dai pri­mi giorni cominciasse a scrivere certe memorie della sua vita e di tutte le persone che aveva conosciute. Non lo credo. Oltre che non se ne ha traccia alcuna (ma questo era naturale, dato il modo della fine) nessuno di coloro con cui Adria fu poi in corrispondenza, per lettera o per telefono, fino agli ultimi giorni della sua vita, ne ha sa­puto mai niente; e nemmeno sono riuscito ad appurare donde e quando sia nata quella voce.
Stava sempre in mezzo alla più gran luce. Quando il tempo era chiaro il sole riempiva le tre stanze: appena il giorno cominciava a declinare. ella andava man mano accendendo tutti i lumi. La luce circolava come l’aria, passava a torrenti da una stanza all’altra. Se penso quella donna aggirarsi, sola, tra tanto fulgore senza uno specchio in cui guardarsi, ne ho l’impressione di un so­gno spaventoso. E di sé non aveva tenuto neppure un ri­tratto. Poi che la reclusione durò a quel modo molti an­ni (come si vedrà) credo che dopo qualche tempo Adria debba aver perduto la memoria del proprio volto e delle sue mutazioni, il quale oblio appunto era un suo esatto proposito. Di fronte allo stupore di questo, non mi fa quasi impressione la sua costanza tremenda In una vita che non era vita di naufrago nel deserto. poiché questa è una continua aspettazione, ogni suo minuto è un avveni­mento: Adria aveva del tutto bandito l’avvenimento e la speranza.
La notizia d’una così strana ospite non s’era molto sparsa a Parigi, pure era arrivata a parecchi; e qualcuno le scrisse ed ebbe risposta; poi vennero amici suoi di Ro­ma e le parlarono a telefono e con questo le avevano presentato altra gente. Cosi s’introdussero nella vita di Adria alcune relazioni con persone ch’ella non vide mai, relazioni telefoniche, talune delle quali durarono per an­ni e non furono piccola causa del rapido svi1uppo d’una personalità di lei che prima del ritiro era rimasta a tutti, e a lei stessa, nascosta. Un giorno, forse tre mesi dopo il suo arrivo, una donna senza alcun intermediario le te­lefonò, parlo, le riuscì subito molto simpatica. Le disse che era quasi al corrente del suo caso e che lo capiva molto bene.
“Non credo - rispose Adria. - Vuol dirmi come si chiama?
“Vog1io avere un nome apposta per lei. Può chiamar­mi Atena, le va?
“E’ tanto saggia?
“Non per questo, non ci avevo pensato. Ho detto il primo nome che mi è venuto.
“Allora e certamente il più adatto, adottiamolo. Mi dica come è.
“Che cosa intende?
“Alta magra, piccola bruna, venti anni, cinquanta an­ni…,
“I connotati? Vuole che le mandi il mio passaporto? Non mi sarei mai aspettato questo da lei.
“Ha ragione. Sento che divento rossa per la vergogna d’aver fatto una simile domanda. Atena, e basta. Se mi dice qualche cosa di più sul suo conto, non faremo mai più conversazione.
“Cosi invece...
“Cosi credo che parleremo spesso.
Atena la richiamò il giorno dopo e conversarono qua­si ogni giorno. Parlavano di letture, di idee generali, Atena raccontava qualche passeggiata fuori di città o una serata a teatro. Adria scorreva da un argomento all’altro senza passaggio. Cominciava una conversazione così: “Saprebbe dirmi perché un cielo tutto blu senza nuvole fa più spavento che un cielo annuvolato e pronto per il tempora1e?” Atena rispondeva sempre a tono e non si maravigliava di niente. Le conversazioni si faceva­no lunghe. Atena le mandò qualche libro, tra gli altri il Fedone. Adria non aveva mai letto nulla di simile. Si sen­tiva soggiogata, tentava ribellarsi. Telefonò all’amica:
“Non lo voglio finire. Quando quei due dimostrano a Socrate che l’anima non è immortale, sono rimasta smarrita, come gli altri del dialogo.
“Ma più avanti, quando parla Socrate, lei si convin­cerà che l’anima è immortale, non potrà fame a meno.
“Ma io non voglio nemmeno credere che l’anima è immortale.”
Atena non fece mai ad Adria la menoma domanda in­torno alla sua persona né manifestò il desiderio di avvi­cinarla; ormai sarebbe sembrato a entrambe una cosa mostruosa.

L'autore 

Massimo Bontempelli nasce a Como nel 1878. Si dedica all’insegnamento, quindi al giornalismo e alla letteratura, accostandosi da principio a Carducci, poi al Futurismo. Nel 1926 fonda insieme a Curzio Malaparte «900, Cahiers d’Italie et d’Europe», una rivista in lingua francese dove espone i principi della sua poetica ispirata al realismo magico. Entusiasta sostenitore del fascismo e accademico d’Italia, entra in polemica con il regime al tempo delle leggi razziali e dal 1938 viene sospeso dall’attività giornalistica. Nel dopoguerra è senatore per il Fronte popolare. Nel 1953 vince il premio Strega con il suo ultimo romanzo, L’amante fedele. Muore a Roma nel 1960.

Commenti+ lascia un commento

Invia nuovo commento

Il contenuto di questo campo è privato e non verrà mostrato pubblicamente.
  • Indirizzi web o e-mail vengono trasformati in link automaticamente
  • Elementi HTML permessi: <a> <em> <strong> <cite> <code> <ul> <ol> <li> <dl> <dt> <dd>
  • Linee e paragrafi vanno a capo automaticamente.
  • Use to create page breaks.

Ulteriori informazioni sulle opzioni di formattazione

© 2012 Telecom Italia | Partita IVA: 00488410010