Da Dino Buzzati, Ypsilanti in linea, cabina 9, in «Selezionando…», luglio-agosto 1965

StampaEmail

 Il posto telefonico pubblico
 
 Dino Buzzati pubblica negli anni Sessanta alcuni racconti sulla rivista mensile della Sip  «Selezionando Sip». Il telefono si rivela fonte di ispirazione congeniale alla sua scrittura oscillante tra l’arida cronaca e la fervida immaginazione. In questo racconto, pubblicato nel 1965, la descrizione del traffico caotico di un posto telefonico pubblico offre il pretesto per una garbata satira di costume, ma vuole al contempo sottolineare come la geografia fisica sia del tutto annullata dalle reti di comunicazione. Il paese più lontano risulta essere il borgo della vicina vallata, con il quale, per qualche sconosciuto motivo, non ci si riesce a collegare telefonicamente.

Ai telefoni quel giorno c'era animazione. Molte chiamate per città strane e dispendiose. Un'aria eccitante di avventura. — Vorrei Namur, W 7483 — chiese un signore dai capelli bianchi porgendo un bigliettino con su scritto il numero per essere sicuro che le telefoniste non sbagliassero. — Prego — diceva una suora, con le ali bianche in capo, grassa e autorevole — è possibile parlare con Smirne, convento della Consolata?Agli sportelli c'erano due ragazze bellissime, una bionda e l'altra mora; fosse il belletto o no, avevano la carnagione morbida e compatta di certe bambole infrangibili. La bionda riceveva le richieste, la bruna smistava via via le telefonate dinanzi ad un quadro pieno di bottoncini luminosi di vari colori che si accendevano e spegnevano. Inoltre, per avvertirla, c'era un cicalino dal suono armonioso. — Pronto Vizagapatan in cabina 13 — chiamò la bruna con voce flautata. E da un divano scattò un uomo dalla faccia orientale, ansimando verso l'apparecchio. Una giovane signora vistosissima per una mantellinetta di pelliccia color senape inglese si avvicinò ancheggiando allo sportello. — Signorina, per favore — disse cantilenando in modo che tutti la sentissero — per favore mi dia Ypsilanti 336 KS — e si guardò intorno orgogliosa di avere chiesto una città così insolita e lontana. Ma la telefonista bionda, pur sorridendo come sempre, non batte ciglio. « Ypsilanti Michigan o Ypsilanti North Da-kota? » domandò con meravigliosa indifferenza. — Ciò sconfisse la signora impellicciata che non seppe lì per lì rispondere, balbettò qualche cosa e dovette scovare in fondo alla borsetta, dopo lunghe ricerche, una lettera giunta dall'America per controllare quale città fosse. 
Entrò una ragazzotta
 —  In cabina 3 pronto Tottenham — annunciò soavemente la bellezza numero due degli sportelli, aggiustandosi alle orecchie la minuscola cuffia di plastica viola a forma di conchiglia. —  Entrò una ragazzotta bionda, contadina si sarebbe detto venuta giù dalle montagne per far la cameriera: i pomelli rossi accesi, i polpacci formidabili. Un tipo rozzo e ingenuo, però con una sua forte dignità. — Signorina — chiese con ansia fin troppo evidente. — Vorrei parlare con Pecorelis, il posto pubblico. — Pecorelis dove? — fece la bionda ampliando il suo sorriso (l'impulso era di ridere, ma a questo non arrivava mai per paura che le venissero le rughe). — Pecorelis in Valle Tronfia — spiegò la ragazza. — Dopo tanti nomi illustri sparsi per i continenti, quel paesello di montagna a poche decine di chilometri, che si poteva presumere fatto di nove dieci case e una chiesetta senza neppure il campanile, fece un curioso effetto. — La signora, che aspettava teatralmente appoggiata con un gomito al ripiano degli sportelli, scoppiò in una risata. Rise anche una specie di bonario profeta, forse nordico, che sedeva avvolto nella propria barba rossa e in grandi sciarpe di cashemir. Si risentì la ragazza di montagna. « Perché ridete? Cosa ci trovate di così comico?». Il profeta barbuto non capì. La signora cercò di scusarsi. «Mi perdoni, sa?, signorina, non intendevo offenderla. Ma quel nome Pecorelis!». — Pecorelis. Pecorelis — ribadì la ragazza con una tristezza che fece impressione a tutti. — Un paese come tanti altri. Non capisco cosa ci sia da ridere. — E si sedette rigida, gli sguardi fissi alla telefonista bruna. 
Chiami « urgentissimo »
Si poteva presumere che la comunicazione con Pecorelis venisse entro cinque sei minuti, ma non fu così. Parlarono con Parigi, Cadice, Amalfi e Tel Aviv, ma Pecorelis non si faceva viva. La contadinotta era nervosa, cominciò a battere ritmicamente con un tacco, guardava l'orologio, sospirò. — Signorina, per piacere, potrebbe sollecitare? Io non capisco: di solito non c'è un minuto da aspettare. — Ho già sollecitato — disse la telefonista — ma Pecorelis non risponde. — Impossibile. Sarà occupata la linea, ma che non risponda è impossibile. — Poco fa non rispondeva. Ora riprovo. Due tre lumini, gialli e verdi, si accesero sul quadro. — Pronto Durban in cabina 2, pronto Ciudad Eva Peron, alla otto — annunciò meravigliosamente. Passò un quarto d'ora. La cameriera non era più capace di stare ferma, per l'inquietudine prese a torcersi le mani. Adesso nessuno rideva più di Pecorelis. Gente che aspettava di parlare con la Bolivia, il Canadà e il Transvaal guardava quella ragazza di montagna con un principio di apprensione. — Signorina, scusi, quanto costa la chiamata semplice? La bionda traguardò con gli sguardi su di una grande tabella. « Per Pecorelis — rispose — 120 all'unità ». — E urgente? — Urgente, mille e sette. — E urgentissima? — Urgentissima, diciassettemila. Ci fu un lunghissimo silenzio, nessuno dei presenti chiacchierava più, anche il cicalino tacque. Poi si udì una voce dolorosa: — Signorina, me la chiami urgentissima. — Guardi che è inutile — la telefonista spiegò gentilmente. — Sarebbero soldi sprecati. A quest'ora la comunicazione lei doveva già averla dieci volte. Il fatto è che Pecorelis non risponde. Urgente o urgentissima non farebbe differenza. — Oh allora, signorina, provi ancora! E' impossibile che Pecorelis non risponda. La bruna provò e riprovò, parlando con varie colleghe annidate in chissà quali nodi e centralini, la risposta era sempre la stessa finché pure lei dovette ammettere che il fatto era inspiegabile. In quel mentre si udì un rombo, come di un tuono a distanza enorme, o anche boato di esplosione, o fragore di treno direttissimo sotto una galleria. Era appena percettibile, un'idea vaga, però il suo timbro era sinistro e provocava malessere negli animi. — A meno che non sia successa qualche cosa — disse, senza più ombra di sorriso, la stupenda telefonista bruna. E l'eufemismo fu come un lugubre rintocco, però ormai tutti lo aspettavano. — Ma c'è temporale fuori? — domandò un tipo snob con ingenuità mal simulata. — No, no — rispose un fattorino dei telefoni entrato in quel momento. — Fa freddo, però il cielo è sereno. Simile a un'onda smorzata da una costiera di bambagia, giunse ancora quel confuso suono, cupo, che ricordava il tenebroso brontolio ripercosso a centinaia di chilometri, attraverso il sottosuolo, quando nelle notti di luna i Liberatori facevano lo sgancio tutti insieme. 
Non risponde
— Ma scusi, signorina, — domandò la cameriera dopo un altro silenzio — lei cosa pensa che possa essere successo? Una frana? Una valanga? — Non so, non saprei proprio. Avevo detto così tanto per dire. — Signorina, lei ha saputo qualche cosa? — Le assicuro di no, assolutamente. Solo che Pecorelis non risponde. Adesso, se vuole, riproviamo. Ma sul quadrante ci fu un palpitar di luci. Le spine dolcemente si innestarono con dei soffici clac.
  — Alla 3 pronto Winterthur, alla 4 Roma in linea. Entrò una donna carica di pacchi, con occhiali. — Signorina, la prego, vorrei Szegedin. Un'ora quasi era passata. La festosa animazione di prima si spegneva, nonostante fossero ancora intense le richieste per l'Asia, l'Africa e le Arneriche. Incapace ormai di dominarsi, la ragazzotta camminava in su e in giù, seguita dagli sguardi unanimi, come la palla di tennis nello stadio. — Ha provato ancora, signorina? — Ho provato anche a chiamare BaorIe, il paese appena prima, ma anche lassù non sanno niente, dicono solo che Pecorelis non risponde. Era tardi, sempre meno gente, ad onta delle festose luci si sentiva come la notte a poco a poco cominciasse a pesare sulla città affaticata. La contadinotta crollò sul divano, qui cominciò a piangere con un monotono lamento: « E' successa qualche cosa, è successa qualche cosa, è successa...». — Pronto Ypsilanti in linea, cabina 9 — annunciò la deliziosa bruna. — Pronto Bari, pronto Vancouver. Ma non c'era più nome geografico, per quanto eccentrico e straniero, che potesse fare effetto: né Cincinnati, né Wagga-wagga, né Fayetteville, né Piatigorsk. La sventurata Pecorelis era infinitamente più lontana.

L'autore 

Dino Buzzati nasce nel 1906 a San Pellegrino, vicino Belluno, da una famiglia dell'agiata borghesia. Laureatosi in Giurisprudenza, entra nel 1928 al «Corriere della Sera», giornale per cui scriverà fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1933 pubblica il suo primo romanzo Bàrnabo delle montagne. Nel 1939, il giornale lo manda in Etiopia, come inviato speciale: un anno più tardi pubblica quello che viene considerato il suo capolavoro narrativo, Il deserto dei tartari. Nel 1958 vince il premio Strega con il libro Sessanta racconti. Un amore (1963), vagamente autobiografico, suo ultimo romanzo. Di un certo rilievo anche la sua attività artistica: autore di bozzetti e di dipinti vari, Buzzati partecipa a numerose mostre, dichiarando di considerare la pittura non come un hobby ma come il proprio mestiere. Muore in seguito a grave malattia a Milano nel 1972.

Commenti+ lascia un commento

Invia nuovo commento

Il contenuto di questo campo è privato e non verrà mostrato pubblicamente.
  • Indirizzi web o e-mail vengono trasformati in link automaticamente
  • Elementi HTML permessi: <a> <em> <strong> <cite> <code> <ul> <ol> <li> <dl> <dt> <dd>
  • Linee e paragrafi vanno a capo automaticamente.
  • Use to create page breaks.

Ulteriori informazioni sulle opzioni di formattazione

© 2012 Telecom Italia | Partita IVA: 00488410010