Da Alberto Bevilacqua, La califfa, Milano, Rizzoli, 1964

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 La moltiplicazione dei telefoni
 
Annibale Doberdò, amante della “califfa”, la bella protagonista dell’omonimo romanzo di Alberto Bevilacqua, incarna la figura del ricco industriale della provincia italiana, che ha moltiplicato i suoi profitti negli anni del boom economico. Il successo della sua azienda gli dà un senso di libertà e di potere mai conosciuti prima: le continue telefonate che riceve da varie parti del mondo ne sono il segno tangibile.

Obbedendo a Clementina, sopportando la sua nevrastenia di classe, fingendo di ignorare i suoi adulteri, furiosi ma di classe, concedendosi con rassegnata felicità alle sue rare, troppo rare dolcezze di moglie, Annibale Doberdò divenne il simbolo vivente di una categoria sociale che il fascismo doveva arricchire, senza poi travolgerla nel suo crollo, che i preti dovevano benedire anche nei suoi peccati e alla quale la guerra doveva offrire, dal desolato deserto, i fiori amari della speculazione.
Doberdò moltiplicò le fabbriche; accoppiò il pomodoro col formaggio, fiancheggiò l’industria al commercio; conobbe il meccanismo delle banche svizzere, l’intrico dei finanziamenti statali, il giro del denaro che non esiste, quella selvaggia rapina sociale che consente di far fallire un amico per alzarsi, con i piedi sulla sua testa, ancora più in alto nel mare del denaro che entra ed esce: combinò i finanziamenti a strozzo; fece largo a gerarchi e a deputati che poi avrebbero fatto largo al suo nome, in un’Italia il cui ventre ingrossava nel rigurgito dei suoi miasmi mal digeriti.
Egli sopportò tutto, nella penombra del suoi saloni uniformati prima al nero delle divise poi a quello delle tonache, e l’immagine che aveva di se stesso era di un pesante, corpulento cristo inchiodato alla croce della buona riuscita, ma che viveva il suo supplizio nel fervore di un successo che non gli faceva sentire alcun male.
Gli bastava spalancare le finestre del suo ufficio e contare, nel cielo della città, le sue ciminiere, vedere come si moltiplicavano sull’azzurro delle sue colline natali, perché certe nostalgie in cui padre madre fratelli e amici irrompevano nel suo animo e gli chiudevano lo stomaco, svanissero, tornando a placarsi nel sonno della sua coscienza. Era facile, troppo facile, perché tutto questo potesse durare a lungo negli anni ma intanto, ciò che doveva tramutarsi in prigione, gli dava il senso di una grande libertà conquistata.
Sì, che i telefoni si moltiplicassero, che le chiamate da città a lui sconosciute diventassero sempre più abituali - Londra. Parigi, New York - che i suoi compagni di un tempo scomparissero per sempre dagli affari. In questo vedeva la libertà. La libertà di tutto. Persino di fare un numero di telefono, di udire una voce di giovane donna e d’improvviso, quella voce sconosciuta, quel volto che poteva essere bello o brutto, quel sangue, quella carne, coinvolgerli nella sua smania di universale possesso.
Bastava il nome - Annibale Doberdò! - perché la voce sconosciuta - fosse di moglie fedele o di vergine - s’incrinasse in uno stupore servile, di fronte a lui, al numero uno, al primo. E Doberdò, di questo stupore che non aveva nome né volto, ma solo gli eccitanti toni di una possibile offerta, si compiaceva più che di un amplesso. Perché consentiva alla sua fantasia di immaginare un letto grande come il mondo, con tante donne nude fresche giovani e pronte per lui, che passava, toccava, annotava la differenza di un seno, di un sedere, di un pelo, travolto da quel diverso modo di offrirsi e di essere donna.
Ecco la sua libertà. Fugaci fantasie, ché i telefoni tornavano a coinvolgerlo, rimandandolo da Parigi, a Londra, a New York, dai formaggi alla salsa, dalle scarpe al prosciutto.

L'autore 

Alberto Bevilacqua nasce a Parma nel 1934. Nei primi anni Cinquanta inizia a pubblicare i suoi scritti sul supplemento letterario della «Gazzetta di Parma». Nel 1961 pubblica il libro di poesie L'amicizia perduta. Con il romanzo La califfa  (1964) conosce il primo successo di pubblico, confermato anche dal successivo Questa specie d'amore, vincitore nel 1966 del premio Campiello. Di entrambi i romanzi lo stesso Bevilacqua cura la versione cinematografica, vincendo, con il secondo, il David di Donatello come miglior film. Il suo primo romanzo La polvere sull’erba (1955), apprezzato da Sciascia, ma non pubblicato all’epoca nel timore che provocasse uno scandalo, è riedito nel 2000.

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