Da Giovanni Comisso, Giorni di guerra, Milano, Mondadori, 1931

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 Le memorie di un ufficiale addetto alle comunicazioni
 
Giovanni Comisso è stato ufficiale addetto alle comunicazioni durante la prima guerra mondiale. In questi brani, tratti da Giorni di guerra, la sua opera memorialistica su quell’esperienza, si raccontano alcuni aspetti della vita dei militari che si debbono occupare dei telefoni al fronte. Si corre il massimo di rischio, quando si deve costruire una linea o riparare un guasto sotto il tiro delle batterie nemiche, ma viceversa, in trincea, quello del telefonista è un ruolo ambito, perché gli viene assegnata una postazione protetta e riparata. Cosicché può succedere che qualche fante, pur non avendo mai visto un centralino, si dichiari esperto di telefonia.

Di ritorno dalla licenza trovai la mia nomina a caporale. Il capitano, quando mi vide con i nuovi galloni, mi dis­se: «Ora bisogna battezzarli ». Mi indicò su di una carta topografica il Podgora, poi il monte Fortin vicino al Carso. Tra queste due località era stata distesa una linea tele­fonica che non poteva quasi mai funzionare, perché bat­tuta dalle artiglierie. Avrei dovuto ripararla e rettificare il percorso per una zona più riparata. Mi affidò cinque soldati e nella notte, preparato il materiale occorrente, ci trasportarono in autocarro sotto al Podgora. Il gior­no prima aveva nevicato e faceva freddo. Percorremmo umidi camminamenti e verso l’alba si arrivò all’osserva­torio di Pubrida, di dove partiva la linea che dovevamo riparare. Subito alla prima luce incominciò sulle vicine trincee un lancio di bombe a mano che finì  per suscitare un concentramento delle nostre artiglierie da campagna. Scendemmo dall’osservatorio seguendo con le dita il filo appeso lungo la parete del camminamento. A Lucinic­o faceva già chiaro, quando si stava per attraversare la strada una sentinella ci avvertì che quello era il passo del­la morte: bisognava attraversarlo di corsa, uno alla volta. Cinque soldati erano troppi, avevamo ancora una barel­la per portare il tamburo di filo telefonico e un maledet­to telefono pieno di placche nichelate che splendevano al sole come tanti specchi. Domandai ai soldati chi vole­va venire con me a fare il lavoro. Divennero chiusi e pen­sosi. Si vedeva che avrebbero preferito di non seguirmi e ancora si vergognavano di essere considerati paurosi. Da ultimo uno che proveniva dalla fanteria si fece avan­ti e disse: «Verrò io, tanto sono abituato».
[…]
Seguimmo i fasci di fili telefonici e per un viottolo si arrivò al cucuzzolo. A capo scoperto, ma incappottati, con la sigaretta alla bocca, due maggiori di artiglieria stavano intenti a guardare il Carso con i loro cannocchiali. L’osservatorio non aveva altro riparo che qualche sacchetto di terra, vi era un telemetro su di un treppiede. Dominavamo su tutto il San Michele. I loro volti anneriti, aspri e avidi negli occhi, davano l’impressione di una accanimento sfrenato a godere nel fare la guerra. Uno di loro dava ordini e numeri a un telefonista che stava più sotto in luogo riparato e poco dopo si sentivano non lontano i colpi che partivano riecheggiati dalla valle.
[…]
Di continuo si riceveva ordini di spedizioni di pro­iettili di ogni calibro e nella notte era tutto un continuo segnalare arrivi di batterie o di reggimenti. Dal comando della compagnia ci venne mandato in aiuto un altro soldato, era veneziano e proveniva dalla fanteria. Non aveva mai visto un centralino telefonico e non sapeva af­fatto telefonare, temeva lo dicessi al capitano e venisse rimandato in trincea. Allora mi pregò di avere pazienza, di sopportare tutto l’eccessivo lavoro, fino a quando aves­se imparato, poi egli si sarebbe assunto anche il mio tur­no; intanto, avendo da borghese fatto il cuoco a bordo di un piroscafo, si incaricò della cucina. Fu una vera fortu­na perché in quei giorni senza un attimo di riposo si sa­rebbe di sicuro caduti sfiniti se il veneziano non fosse ve­nuto a sostenerci con una tazza di brodo e con certe sa­porite polpette che ci ricordavano la cucina delle nostre famiglie.

L'autore 

Giovanni Comisso nasce a Treviso nel 1895. Laureato in giurisprudenza, interventista, partecipa come volontario alla prima guerra mondiale e nel 1919 segue D’Annunzio nell'impresa di Fiume. In seguito è libraio a Milano, avvocato e commerciante d'arte a Parigi. Ma la sua principale attività è quella di giornalista e inviato della «Gazzetta del Popolo» e poi del «Corriere della Sera»: fra i suoi reportage più noti, quelli in Cina e in Giappone. E’ anche autore di racconti e opere memorialistiche, tra le quali Giorni di guerra, pubblicato nel 1930, in cui rievoca, come in un diario, le avventure di un gruppo di soldati al fronte e durante la ritirata di Caporetto. Con Capricci italiani (1952) vince il premio Viareggio per saggistica e con Un gatto attraversa la strada (1955) vince il premio Strega. Muore nel 1969 nella città natale.

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