Da Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano, Parigi, 1938

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 Il telefono nella catena di comando
 
Emilio Lussu ha combattuto la prima guerra mondiale sull’altipiano di Asiago. Le vicende narrate in Un anno sull’altipiano, il suo romanzo più noto, sono ispirate a quella drammatica esperienza. In questo brano il disertore Marrasi abbandona la trincea e corre per mettersi in salvo verso la linea nemica. I commilitoni, su ordine del sergente, gli sparano addosso. Il momento è drammatico, la tensione è alta e il capitano Lussu, l’ufficiale più alto in grado sul posto, è costantemente chiamato al telefono dal comandante di battaglione impaziente di sapere come si è sistemata la faccenda, per comunicarlo a sua volta ai suoi superiori. Da qui l’ordine del capitano di troncare bruscamente la linea.

Potevano essere le due del pomeriggio. Dalla trincea della compagnia, partì un grido d’allarmi, seguito da colpi di fucile. Immediatamente, tutta la linea aprì il fuoco. In quattro salti fui in trincea. I soldati corre­vano alle feritoie. In mezzo alla piccola vallata, oltre la li­nea dei nostri reticolati, il soldato Marrasi, le gambe affon­date nella neve, le mani in alto, senza fucile, stentatamente avanzava verso le trincee nemiche.

Sul frastuono del colpi, si levava la voce da baritono del sergente Cosello:
- Sparate sul disertore!
La trincea nemica taceva.
Dovetti correre al telefono in trincea. Il comandante di battaglione mi chiamava per avere la spiegazione di quanto accadeva. Egli parlava eccitato:
- Che c’è? che ce? Debbo mandare rincalzi?
Io lo rassicurai:
- Ma  no. Un soldato sta passando al nemico, solo, senza armi, e la compagnia tira su di lui. Gli austriaci, per non spaventarlo, non sparano.
- Un disonore simile sul battaglione!
- Lo so, lo so: non lo stia a raccontare a me. Che ci posso fare?
- Me lo rimandi indietro, vivo o morto!
- Eh, vivo, sarà difficile. Sparano tutti su di lui.
- Tanto meglio. Meglio morto. Me lo mandi morto.
- Sta bene. Posso andare?
- Sì, vada pure e mi dia le novità al più presto.
Io ritornai alla feritoia. Al fuoco della compagnia s’era aggiunto quello delle due mitragliatrici del batta­glione. Marrasi continuava ad avanzare, ma con molta difficoltà. Superata la vallata, il terreno era ripido e la neve sempre alta. Io mi stupivo ch’egli non fosse ancora caduto, quando m’accorsi che, dietro di lui, ad una cin­quantina di metri, anch’egli sprofondato nella neve, camminava il sergente Cosello. Impugnava il fucile con le due mani e, ad ogni passo, tirava un colpo su Marrasi. Ma questi non cadeva. Con tutta la mia voce, ordinai al sergente di rientrare in trincea.
Il sergente si fermò. Era in piedi, in mezzo alla vallata. Io temevo che gli austriaci tirassero su di lui e ripetei l’ordine. Gli austriaci non sparavano. Egli si voltò e mi gridò:
- Signor sì!
Aveva le gambe sepolte nella neve. Da fermo, puntò lungamente e sparò tutto il caricatore sul disertore. Questi cadde e si rovesciò sulla neve. Io lo credetti col­pito. Ma, dopo qualche istante, si rialzò e riprese ad avanzare. Tutta la linea continuava a sparare su di lui.
Marrasi camminava. Anche il sergente, ch’era un tira­tore scelto, l’aveva sbagliato. Ho sempre notato che, nei momenti d’eccitazione, i soldati guardano e sparano ad occhi aperti senza puntare.
Il sergente rientrò. Venne da me, coperto di sudore. Parlava a fatica:
- Che vergogna! Che disonore! - diceva ansante. - Il 2° plotone è disonorato.
Il 2° plotone era disonorato. La compagnia era diso­norata. Il battaglione era disonorato. Fra poco, si sareb­bero considerati disonorati il reggimento, la brigata, la divisione, il corpo d’armata e, con ogni probabilità, tut­ta l’armata. Marrasi continuava ad avanzare.
Il piantone al telefono venne di corsa per dirmi che il comandante di battaglione mi chiamava nuovamente, perché il comandante del reggimento voleva essere mes­so al corrente.
- Rispondi che sono in trincea e non mi posso allon­tanare. Che verrò tra poco.
Il piantone disparve.
Marrasi s’allontanava sempre più da noi. Gli  austriaci avevano due sbarramenti di reticolati di fronte alle loro trincee. Egli era arrivato al primo. La neve lo copriva pressoché intieramente, ma l’ostacolo era egualmente insormontabile. S’aggrappò ai fili, li scosse, tentò scaval­carli, ma inutilmente. Capì che non sarebbe potuto pas­sare. Scoraggiato, si fermò un istante e si strinse la testa fra le mani. Sembrava gli mancasse ormai la forza di continuare. Fece qualche passo attorno allo stesso pun­to, disperato. Così, egli girava attorno a se stesso, sper­duto, ma invulnerabile, sotto il tiro dei nostri.
Marrasi si riprese. Risolutamente, camminò verso un albero che era a pochi metri da lui. Questo era lungo la linea dei reticolati, al di fuori, verso di noi, e gli austriaci vi avevano appoggiato un cavallo di frisia, dall’altra parte. Marrasi si slacciò il cinturone che aveva ancora alla cinto­la, con le due giberne. Agilmente, si arrampicò al tronco. Non era più impacciato. Era gia a qualche metro da terra. Dall’alto, spiccò un salto e si sprofondò nella neve, al di là del reticolati. Il primo sbarramento era passato.
I nostri sparavano sempre. Gli austriaci tacevano.
Il piantone al telefono venne un’altra volta. Il coman­dante del battaglione, assillato di richieste dal coman­dante del reggimento, il quale, a sua volta, era assediato in permanenza dal comandante di brigata, mi chiedeva insistentemente all’apparecchio. Lo rinviai, urlando:
- Tira una fucilata sul filo telefonico e, dopo, va dal comandante del battaglione e informalo che la linea è interrotta.
- Signor sì.
- Hai capito bene?
-  Signor sì.

L'autore 

Emilio Lussu nasce ad Armungia, in provincia di Cagliari, nel 1890. Nel 1915, appena laureatosi in giurisprudenza, si schiera dalla parte degli interventisti e partecipa alla prima guerra mondiale come ufficiale della Brigata Sassari. Ritornato in Sardegna nel 1919, fonda il Partito sardo d’Azione. Nel 1924, in seguito al delitto Matteotti, partecipa insieme ad altri parlamentari dell’opposizione, alla “secessione sull’Aventino”. Nel 1926, al tempo delle “leggi fascistissime”, viene aggredito nella sua abitazione di Cagliari da un gruppo di fascisti. Nel tentativo di difendersi, colpisce a morte uno degli aggressori. Arrestato,  viene condannato a cinque anni di deportazione a Lipari, da dove riusce a evadere nel 1929 e a fuggire a Parigi. Ammalatosi gravemente, nel 1936 venne ricoverato in un sanatorio in Svizzera, dove scrive Un anno sull’altipiano, che racconta la guerra sull’altipiano di Asiago tra il giugno del 1916 e il luglio del 1917 e la marcia verso la Bainsizza. Rientrato in Italia nel 1943, partecipa alla Resistenza. Al termine del secondo conflitto mondiale fa parte del governo Parri, quindi del governo De Gasperi. Muore nel 1975.

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