Da Italo Calvino, Prima che tu dica “Pronto”, Torino, Einaudi, 1993 e Se una notte d’inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi, 1979

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 In una rete di linee che s’allacciano
 
Al telefono, oggetto onnipresente della contemporaneità, Italo Calvino dedica negli anni Settanta riflessioni suggestive e in qualche modo anticipatrici. Nel primo dei due brani che seguono, tratto dal racconto Prima che tu dica “Pronto”, scritto nel 1975 (e poi confluito nell’omonima raccolta pubblicata postuma nel 1993), il dispiegarsi dell’apparato tecnologico sembra fondersi con la psicologia dell’individuo: la visibilità della rete telefonica prefigura quella sorta di simbiosi tra natura umana e tecnologia che sarà alla base della subcultura cyber di fine millennio.

Nel secondo brano, incipit di un capitolo del romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore che si intitola proprio In una rete di linee che s’allacciano, lo scrittore imposta le sue riflessioni a partire dalle sensazioni provocate dallo squillo del telefono che irrompe in tante circostanze della quotidianità, suscitando le reazioni più contraddittorie, dall’ansia, alla sindrome da esclusione, alla sensazione di essere indifesi «senza riparo in presenza di qualcosa che ci raggiunge da spazi estranei e sconosciuti »; soprattutto determinando  una rottura «della continuità dello spazio e del tempo e della volontà». Il telefono cellulare non esiste ancora, ma l’ubiquità ambigua, possessiva e rassicurante dello squillo telefonico sembra prefigurarne l’avvento.

Prima che tu dica “Pronto”

Ci telefoniamo perché solo nel chiamarci a lunga distanza, in questo cercarci a tentoni attraverso cavi di rame sepolti, relais ingarbugliati, vorticare di spazzole di selettori intasati, in questo scandagliare il silenzio e attendere il ritorno d’un eco, si perpetua il primo richiamo della lontananza, il grido di quando la prima grande crepa della deriva dei continenti s’è aperta sotto i piedi d’una coppia d’esseri umani e gli abissi dell’oceano si sono spalancati a separarli mentre l’uno su una riva e l’altra sull’altra trascinati precipitosamente lontano cercavano col loro grido di tendere un ponte sonoro che ancora li tenesse insieme e che si faceva sempre più flebile finché il rombo delle onde non lo travolgeva senza speranza. Da allora a distanza è l’ordito che regge la trama d’ogni storia d’amore come d’ogni rapporto tra viventi, la distanza che gli uccelli cercano di colmare lanciando nell’aria del mattino le arcate sottili dei loro gorgheggi, cosi come noi lanciando nelle nervature delta terra sventagliate d’impulsi elettrici traducibili in comandi per i sistemi a relais: solo modo che resta agli esseri umani di sapere che si stanno chiamando per il bisogno di chiamarsi e basta [...] Come un bosco assordato dal cinguettio degli uccelli, il nostro pianeta telefonico vibra di conversazioni realizzate o tentate, di trilli di suonerie, del tinnire d’una linea interrotta, del sibilo d’un segnale, di tonalità, di metronomi; e il risultato di tutto questo è un pigolio universale, che nasce dal bisogno d’ogni individuo di manifestare a qualcun altro la propria esistenza, e dalla paura di comprendere alla fine che solo esiste la rete telefonica, mentre chi chiama e chi risponde forse non esistono affatto.

 

Se una notte d’inverno un viaggiatore

La prima sensazione che dovrebbe trasmettere questo libro è ciò che io provo quando sento lo squillo d'un telefono, dico dovrebbe perché dubito che le parole scritte possano darne un'idea anche parziale: non basta dichiarare che la mia è una reazione di rifiuto, di fuga da questo richiamo aggressivo e minaccioso, ma anche d'urgenza, d'insostenibilità, di coercizione che mi spinge a obbedire all'ingiunzione di quel suono precipitandomi a rispondere pur nella certezza che non me ne verrà altro che pena e disagio. Né credo che più di un tentativo di descrizione di questo stato d'animo varrebbe una metafora, per esempio il bruciore lacerante d'una freccia che mi penetra nella carne nuda d'un fianco, e questo non perché non si possa ricorrere a una sensazione immaginaria per rendere una sensazione nota, dato che sebbene nessuno sappia più cosa si prova quando si è colpiti da una freccia tutti pensiamo di potercelo facilmente immaginare, - il senso d'essere indifeso, senza riparo in presenza di qualcosa che ci raggiunge da spazi estranei e sconosciuti: e questo vale molto bene anche per lo squillo del telefono, - ma perché l'inesorabilità perentoria, senza modulazioni della freccia esclude tutte le intenzioni, le implicazioni, le esitazioni che può avere la voce di qualcuno che non vedo, che già prima che dica qualcosa posso prevedere se non quel che dirà almeno la reazione che susciterà in me ciò che sta per dire. L'ideale sarebbe che il libro cominciasse dando il senso d'uno spazio occupato interamente dalla mia presenza, perché intorno non ci sono che oggetti inerti, compreso il telefono, uno spazio che sembra non possa contenere altro che me, isoltato nel mio tempo interiore, e poi l'interrompersi della continuità del tempo, lo spazio che non è più quello di prima perché è occupato dallo squillo, e la mia presenza che non  più quella di prima perché è condizionata dalla volontà di questo oggetto che chiama. Bisognerebbe che il libro cominciasse rendendo tutto questo non una volta sola ma come una disseminazione nello spazio e nel tempo di questi squilli che strappano la continuità dello spazio e del tempo e della volontà.
Forse l'errore è stabilire che in principio ci siamo io e un telefono in uno spazio finito come sarebbe casa mia, mentre quello che devo comunicare è la mia situazione in rapporto con tanti telefoni che suonano, telefoni che magari non chiamano me, non hanno con me nessun rapporto, ma basta il fatto che io possa essere chiamato a un telefono a rendere possibile o almeno pensabile che io possa essere chiamato da tutti i telefoni. Per esempio quando suona il telefono in una casa vicina alla mia e per un momento mi domando se non è da me che suona, un dubbio che subito si rivela infondato ma di cui pure resta uno strascico in quanto potrebbe anche darsi che la chiamata in realtà sia proprio per me ma per un errore di numero o un contatto dei fili sia finita dal vicino, tanto più che in quella casa non c'è nessuno a rispondere e il telefono continua a squillare, e allora nella logica irrazionale che lo squillo non manca mai di risvegliare io penso: forse è davvero per me, forse il vicino è in casa ma non risponde perché lo sa, forse anche chi chiama sa che chiama a un numero sbagliato ma lo fa apposta per tenermi in questo stato, sapendo che non posso rispondere ma che so che dovrei rispondere.
Oppure l'ansia di quando sono appena uscito di casa e sento suonare un telefono che potrebbe essere da me oppure in un altro appartamento e torno indietro a precipizio, arrivo ansante per aver risalito le scale di corsa e il telefono tace e non saprò mai se la chiamata era per me.
Oppure anche mentre sono per strada, e sento suonare i telefoni in case sconosciute; perfino quando sono in città sconosciute, in città dove la mia presenza è ignorata da tutti, perfino allora, sentendo suonare, ogni volta il mio primo pensiero per una frazione di secondo è che quel telefono chiami me, e nella seguente frazione di secondo c'è il sollievo di sapermi per ora escluso da ogni chiamata, irraggiungibile, salvo, ma è solo una frazione di secondo che dura questo sollievo, perché subito dopo penso che non è solo quel telefono sconosciuto che sta suonando, ma c'è anche a molti chilometri centinaia migliaia di chilometri il telefono di casa mia che certamente in quello stesso momento suona a distesa nelle stanza deserte, e di nuovo sono lacerato tra la necessità e l'impossibilità di rispondere.

L'autore 

Italo Calvino nasce nel 1923 a Santiago de Las Vegas, Cuba. Due anni dopo i genitori, professori di botanica, ritornano in Italia e si stabiliscono a Sanremo. Nella città ligure il giovane Calvino compie gli studi classici. Partecipa alla Resistenza; da quell’esperienza nascono i primi romanzi, Il sentiero dei nidi di ragno (1947) e Ultimo viene il corvo (1949). Dal dopoguerra vive a Torino, lavora per la casa editrice Einuadi e inizia una vasta attività di saggista, in particolare sul «Menabò», che dirige insieme a Vittorini. Nel 1967 si trasferisce a Parigi, per poi ritornare in Italia, a Roma, negli ultimi anni della sua vita. Vastissima la sua produzione letteraria, dalla trilogia Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), agli ultimi romanzi Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) e Palomar (1983). Muore all’ospedale di Siena, in seguito a ictus, nel 1985.

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