Da Franco Enna, L’occhio lungo, Milano, Mondadori, 1979

StampaEmail

 L’ordinaria telefonata in teleselezione
 
Il commissario Federico Sartori, personaggio letterario reso famoso dalla penna di Franco Enna, è una sorta di Maigret siciliano. Un poliziotto tanto malato di inguaribile nostalgia, quanto predisposto a farsi trascinare in storie complicate dal suo fiuto investigativo e dal fascino femmnile. Nel romanzo L’occhio lungo, che lo vede impegnato in un’indagine a Milano, la quotidiana telefonata interurbana alla moglie gli consente di mettersi ogni sera in pace con gli affetti più cari.

Tolse l’audio al televisore e si avvicinò al telefono. Il cartellino delle istruzioni lo informò che era possi­bile chiamare utenti di altre città e persino di altri sta­ti direttamente. Formò il numero di casa sua, a Roma.
Mentre aspettava, si sorprese a sorridere di tenerezza. Fosse andato in capo al mondo, si fosse trovato allo stre­mo delle forze, non avrebbe mai potuto evitare di cer­care un telefono per ascoltare la voce dei familiari. Gli ricaricava le batterie, soleva dire.
La voce pastosa della moglie, con quell’inconfondibile accento siciliano che niente e nessuno sarebbero riusciti a estirpare, lo liberò dall’angoscia lombarda.
“Pronto, casa Sartori”.
“Ma, Cristo, dove ti eri cacciata? E mezz’ora che sto attaccato al telefono…”.
“Fefé!.. Tu sei, Fefé?”.
L’ineluttabile odioso appellativo.
“Sì, sono io. Si può sapere perché ci hai messo tanto a rispondere?”
“Come tanto? Ho sentito subito... Ero in salotto. Stavo guardando la televisione.
“La tieni troppo alta”.
“Ma che vai dicendo, Fefé. Io l’orecchio fino ho... Dove stai?”.
“Dove debbo stare? A Milano” “Tanta neve c’è?”
“Ma no!...
“Come no!... Il telegiornale ha detto di sì. Quaran­ta centimetri l’ho vista anch’io. Sembrava la Siberia”. La voce di Teresina vibrava di trepidazione “Tu che non sei abituato al freddo... Qui oggi c’è stato il sole. La maglia pesante te la sei messa, Fefé ?”.
“Teresina, qui le case sono riscaldate meglio che a Roma. Si suda... Piuttosto, come stai?”.
“Bene sto, bene”. Un’improvvisa nota di ritrosia, ten­tava sempre di minimizzare i suoi mali. “Tu piutto­sto... ”.
“Io sto bene. Ma tu... Quelle fitte che avevi... Quelle in basso?”.
In basso; mai avrebbe chiamato le parti intime col lo­ro nome.
“Sì”.
“Non le sento più, stai tranquillo. E il tuo capogi­ro?”.
“Per favore, Teresina, non facciamo gli infermieri a distanza, ora...
Seguì un breve silenzio. Lui si sentì colpevole.
“Hai ragione, Fefé, scusami”. Le tremava la voce. “Ma che fai ora, piangi?”.
“No, non piango” menti la moglie. “Sono felice di ascoltarti, ecco...”
“Bel modo di mostrarmelo. Su, tesoro, non fare la bambina”.
Seguì una lunga pausa. “Teresina. . . ”. “Si, Fefé... Quasi un gemito”.
“Tesoro, è possibile che ogni volta che parto tu de­vi fartene una malattia?”.
Lei esplose:
“Ma è che tu nel mio sangue sei... la mia aria sei, capisci?, e senza di te...”
Sartori si sentì lacerare.
“Non fare cosi, te ne prego. In fondo, non sono in America. . ...
“Tu... tu sei più che in America, per me, anche se ti trovi nell’altra stanza!... Ma scusami, Fefé, non do­vevo lasciarmi andare. Mi perdoni, amore?”.
“Non ho niente da perdonarti, bambina mia... Do­ve sono i ragazzi?”.
La voce di Teresina si fece stridula di collera.
“Non parlarmi di quei debosciati o mi metto a gri­dare come una pazza.. .
“Santo cielo, cos’è successo? Manco solo da poche ore e…”.
“Lo puoi immaginare... mangiano quando ne hanno voglia, vanno in giro come straccioni e, proprio oggi pomeriggio, la tua Tina, mentre il treno ti portava via da me, è andata a una riunione di quelle esaltate... quel­le che fanno le sfilate coi pollici e gli indici uniti... Ma che fai, ridi?”.
Lui infatti stava ridendo.
“Scusami, è stato più forte di me”.
“Ma perché ridi? Ti fanno ridere queste cose? lo non...”.
“No, no. Anzi. Ma quello che hai detto delle fem­ministe... Bellissimo!”. Ricominciò a ridere; non riu­sciva a frenarsi. All’altro capo del filo la moglie, cer­tamente risentita, taceva. Via, cerca di capirli, te­soro! I nostri figli sono bravi ragazzi, questo è cer­to... Solo che sono disorientati, ecco, come tutti i lo­ro coetanei”.
“Ma che cosa posso fare, più di quello che faccio?” gemette Ia moglie. “Carlo ha i capelli più lunghi del Na­zareno, e per fargli cambiare i jeans glieli debbo ruba­re la notte, mentre dorme...”
“Vedrai, cambieranno”.
“Dove sei, in albergo?”.
“Sì”.
“Hai mangiato ?”
“Ci vado adesso”.
“Ti raccomando, Fefé... Non mangiare roba pesan­te, che poi stai male la notte...”
“Stai tranquilla. . “.
Sul video due negrette, anche loro seminude, si erano affiancate alla biondina.
“Teresina, mi manchi”.
“Davvero?” mormorò la moglie con un filo di voce.
“Davvero” confermò lui.
“Grazie, Fefé”.
Si lasciarono sulle immagini mute della loro inti­mità

L'autore 

Francesco Cannarozzo nasce a Enna nel 1921. Emigrato in Svizzera nel 1948, si dedica all’attività letteraria, diventando autore di romanzi, poesie, commedie. Nel 1955, usando lo pseudonimo di Franco Enna, comincia a scrivere racconti di fantascienza per la rivista «Urania». Particolarmente numerosi i romanzi gialli, di costume e di denuncia sociale, pubblicati sempre per Mondadori, tra cui la serie avente come protagonista il commissario Sartori. Muore a Lugano, dimenticato da tutti, nel 1990.

Commenti+ lascia un commento

Invia nuovo commento

Il contenuto di questo campo è privato e non verrà mostrato pubblicamente.
  • Indirizzi web o e-mail vengono trasformati in link automaticamente
  • Elementi HTML permessi: <a> <em> <strong> <cite> <code> <ul> <ol> <li> <dl> <dt> <dd>
  • Linee e paragrafi vanno a capo automaticamente.
  • Use to create page breaks.

Ulteriori informazioni sulle opzioni di formattazione

© 2012 Telecom Italia | Partita IVA: 00488410010