Da Luca Goldoni, Un telefono per mio figlio, in «Selezionando Sip», marzo 1972

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 Un telefono per il figlio
 
Negli anni Settanta si moltiplicano nelle abitazioni private le spine telefoniche. Ma avere anche più di un apparecchio in casa può non essere sufficiente se la linea è costantemente occupata dal più giovane della famiglia. Gli adulti dovrebbero rassegnarsi a telefonarsi solo nelle ore in cui il ragazzo è a scuola, oppure, come propone di fare Luca Goldoni in questo breve articolo scritto per la rivista aziendale della Sip «Selezionando Sip», si potrebbe regalare al ragazzo un telefono per Natale. E’ un regalo che il previdente genitore farebbe anche a se stesso.

Sto pensando di regalare a mio figlio, per il suo compleanno, un telefono. E poiché non mi sembra un'idea da buttar via, la illustro pubblicamente. La nostra civilità, superato il concetto di unità, si identifica ormai con quello di duplicità: siamo arrivati alla seconda macchina, alla seconda casa, ai doppi servizi. Però siamo ancora fermi al monotelefono: abbiamo la casa piena di "prese", giriamo da una camera all'altra portando in braccio il telefono (spesso con, chiusa dentro misteriosamente, una conversazione interrotta, scusami un attimo, per essere ripresa in una stanza più quieta). Spesso abbiamo anche due apparecchi, uno normale, l'altro fuoriserie, laccato di rosso o color senape e firmato da un designer, c'è anche chi ne ha tre, però la linea è una sola, quando trilla uno, trillano tutti, l'intera famiglia si precipita a dire pronto provocando contatti, interruzioni e insofferenza. Nonostante la rigorosa suddivisione degli spazi telefonici, l'irritazione nelle case cresce. La colpa, naturalmente, è dei ragazzi: in fondo, confessa una madre, un solo bagno è più accettabile di un solo telefono, perché nel primo caso, quando stanno chiusi dentro oltre un limite sopportabile, si può sempre martellare la porta e indurli alla fine a uscire, lasciandosi dietro una distesa di giornalini. Ma quando sono al telefono e si vuol chiamare casa non c'è soluzione: non sentono né i colpi rabbiosi della cornetta sbattuta violentemente, né l'iroso ticchettio dei bottoncini bianchi con cui tentiamo inutilmente di comunicargli il nostro furore. Le volte che decidiamo di chiedere l'interruzione per via d'ufficio, guarda caso, ci risponde la voce sorpresa e un pò risentita della nonna a cui abbiamo irrimediabilmente sciupato una conversazione commosso con la sua vecchia insegnante di pedagogia. Usciamo di casa che la comunicazione è in corso, il file del telefono attraversa pericolosamente l'anticamera e scompare sotto l'uscio: "un quarto d'ora al massimo, ricordati, faccio il controllo". E il quarto d'ora si dilata, oppure è considerato il tempo assegnato a "ciascuna" conversazione, cosicché quando ci si ricorda di fare il controllo non abbiamo ancora finito di comporre l'ultimo numero che esplode la trombetta dell'occupato (se si inventasse un segnale meno detestabile forse ci si arrabbierebbe di meno).
Chissà perché i ragazzi si lasciano dicendosi invariabilmente ti telefono: sono appena usciti da scuola, hanno fatto la strada a piedi, lentamente, in gruppo fin quasi a casa, abbiamo appena aperto il tovagliolo e squilla il telefono. Le prime volta marito e moglie con la forchetta  mezz'aria si scambiavano suadenti ipocrisie, vai tu, sarà per te. Adesso non ce n'è più bisogno, scatta subito il ragazzino. E' il primo contatto di un vertiginoso intreccio di telefonate: A deve parlare con B, C e D. Poi B deve parlare con C e D. Poi C con D. Poi D deve comunicare i risultati ad A e B che devono riconsultarsi. Quindi B deve riferire a C che chiude il ciclo di consultazioni richiamando D.
Da tempo ho smesso di dire ad amici e conoscenti di telefonarmi all'ora dei pasti: dico di telefonare nelle ore di scuola. Ma i veri amici hanno rinunciato a servirsi del telefono, se c'è un urgenza passano sotto casa e citofonano. Da tempo ho anche smesso di arrabbiarmi, di sforbiciare furiosamente col dito indice e il medio nell'ingiunzione di "tagliare", riconosco mio figlio cittadino pleno jure anche se non è ancora maggiorenne, anche se tiene occupata la linea per parlare del chilometro da fermo della Kawasaki tre cilindri, dell'accusativo alla greca, della ragazza della terza B o dell'ultimo incontro di basket. Quindi ho deciso di regalargli il telefono. I regali agli altri sono, come noto, soprattutto regali a se stessi: regaliamo alla moglie la cinquecento che poi usiamo noi; le mogli ci regalano il televisorino che serve a loro per vedere la commedia quando sul primo canale c'è la partita o tribuna politica; regaliamo ai figli la micropista o gli aerei telecomandati, anche se loro preferirebbero il "gioco del piccolo chimico", che però a noi non dice niente. Così gli si può regalare il telefono.
Farò mettere sull'elenco, sotto il mio nome, quello di mio figlio con l'abbreviazione jr., all'americana. Spero che apprezzi questo regalo. Voglio dire che, se qualcun non leggerà l'jr. e mi cercherà al suo apparecchio, spero che non sbatta giù il telefono dicendo: ha sbagliato numero.

L'autore 

 
Luca Goldoni nasce a Parma nel 1928. Giornalista e scrittore, durante la sua carriera  è cronista di nera, poi inviato di guerra, infine osservatore di costume e opinionista di «Il Corriere della Sera», sul cui Magazine cura una nota dedicata agli animali. Fra i libri di maggior successo È gradito l'abito scuro (1972), Cioè (1977), Italia al guinzaglio. Storie di animali e dei loro padroni (2000), Garibaldi, amante dei due mondi (2003), Una bestia per amico (2003).

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