Da Domenico Rea, Tiri mancini al telefono, in «Selezionando Sip», giugno 1971

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 Tiri mancini al telefono
 
La giornata con un tempo da tregenda non scoraggia l’imprenditore napoletano protagonista di questo racconto scritto da Domenico Rea per la rivista aziendale della Sip «Selezionando Sip». Anzi, grazie al telefono, egli pregusta la possibilità di esercitare comodamente da casa le sue funzioni di comando, restandosene al calduccio e con le babbucce ai piedi. Ma capita che, per uno scherzo di fili e contatti, l’interlocutore sia molto diverso quello desiderato.

Era una giornata di pioggia, e ciò nonostante che le regole narrative d'oggi vietino inizi di questo genere considerati ridicoli, ovvii e consunti. A rigore, però, essendo il 1' aprile, a ben dieci giorni dall'entrata (ma in altri tempi si sarebbe detto dall'inaugurazione) della primavera, sarebbe dovuta essere una giornata limpida come un cristallo di Boemia (prima che passi per il sudario della lavapiatti), rigata appena dagli stridii delle rondini, aromatizzata dal profumo dei peschi e dei ciliegi in fiore, eccetera, eccetera. Ma poichè rondini, ciliegi e peschi sono diventati di difficile rinvenimento nello spazio e nel tempo (tanto è vero che per fare intendere a un ragazzo che una volta, ossia una ventina di anni or sono, queste creature vegetali realmente esistevano anche a Napoli, si è costretti a usare dei modellini), ci possiamo mettere d'accordo sul fatto che la nostra era soltanto una pessima giornata, nera di pioggia, di quelle che riducono la nostra città simile a una spugna o a un cencio inzuppato o a un paio di scarpe scalcagnate, eccetera, per il semplice motivo che la pioggia è rimasta quella di sempre, violenta, bizzosa, contorta, sventagliante, a tortiglioni e a spruzzate barocco-rocococheggianti, e a Napoli è deperita come una vecchia dalle carni pendule e umidicce. In questi casi, chi può farlo, se ne stia in casa, giacchè fuori, allo scoperto, non c'è ombrello o riparo che tenga. Si ritorna a casa o si raggiunge la fabbrica o l'ufficio infradiciati. Il raffreddore, il torcicollo o l'influenza finiscono per ghermirci e poichè il cielo napoletano, volubilissimo, è capace di cangiare nel corso di un'ora e sfoderare una spada di sole là dove aveva sguainato un'ascia di guerra, con un pò di pazienza si può uscire all'asciutto e far le proprie cose con ordine e pulizia. Se si possiede, inoltre, camera con finestra e vista sul mare, o su un pò di mare e un pò di terra e non su una giungla per "civili abitazioni" con cucine e terrazzuoli porta-rifiuti da questa parte, ossia in faccia a voi o da dove voi vorreste vedere appunto un pò di mare e un pò di coste, una rara pianticella di basilico o un prato grande quanto un francobollo, graduando l'entrata della luce e grazie proprio alla nefasta, ventosa, irata e brunognola giornata, si riesce a ottenere un ambiente adatto all'intimità familiare, al calore della cucina, al rumorino dei saltellanti fagioli in pentola di coccio, alla centellinante lettura della cronaca cittadina o, se si è più esigenti, alla lettura della cronaca cittadina o, se si è più esigenti, alla lettura di libri eroici, di tra le imprese di Ulisse e Magellano, i viaggi di Ibn Battuta e le guerre di corsa, rapidissime e rapacissime, degli Usococchi, i quali più della scoperta dell'America ridussero i veneziani alla limosina. Niente di più gradevole, via! in un giorno di aprile ancora freddo, gelido e invernale, piovoso e neghittoso (ma, ciò nonostante, con un suo remoto profumo di bucchèro, di terra fresca, di vasi da fiori di creta svuotati or ora, segnacolo indiscusso della veniente primavera) che leggere in agiata sedia, a giusta temperatura (le donne in traffico per le stanze fra biancherie di bucato e sughi mucidi di spezie), le gesta delle suddette perigliose genti e niente di più comodo se sul gross, grasso e soffice bracciuolo della poltrona si può tener poggiato un telefono a forma di grillo, appunto, (vedasi come tutto combacia) di "Grillo del focolare" di patetica e dichensiana memoria... Nello stesso momento in cui per un puro miracolo, in piena età massiva e schiacciante, si può stare assisi come in antico, uno si trova ad avere a portata di mano uno strumento in grado di porlo d'un subito a contatto con un vecchio amico perdutosi, poniamo, a Siracusa o con un cliente operante ad Alba (Piemonte) o con un Direttore Generale o altro potente in Roma o con un conoscente del Vomero (la Napoli di collina) per domandargli graziosamente se anco lassù fa vento, neve, pioggia... Il telefono è ciò che si può senza mezzi termini e tanto meno vergogna definire una grande cosa. Si ha il mondo in casa: l'amica in sull'uscio delle Trombe di Eustachio; i dipendenti sotto pressione per cui, con le spalle al caldo, le babucce ai piedi un soriano da accarezzare, ci si può sentire uomini del proprio tempo, uomini d'affari, capitani, managers, e ordinare e comandare a una ciurma in difficoltà su una carretta nel Mar dei Caraibi  - se si posseggono carati - o a una squadra di facchini - se si è modestamente proprietari di un'azienda di trasporti - alle prese con armadi e divani da estrarre da uscite esterne come balconi e terrazzi.
E' dolcissimo. Fuori tuona e lampeggia sul prossimo in disagio e tu, in trono, domini, chiedi, decidi, approvi, rampogni, e tutto ciò formando sei, otto, nove o dieci numeri. Fu così che, sfumacchiando e pensando ai miei affari (ho un'azienda di export-import) e adocchiando i sottotitoli della 127 rapina in banca nel Lombardo-Veneto, perfettamente riuscita, formai il 37 37 37, il numero diretto del mio capufficio per dirgli di porsi in immediato contatto col nostro rappresentante di Amburgo, Evin Von Staffausen, per un grosso negozio di broccoli surgelati da vendere come freschi, appena colti dalle negre e feraci terre di Nocera, celebre nel mondo anche per i cavolfiori, le carote e i pomodori sia a guisa di lampadine, sia di nocciuole solide e trasparenti.
Ma ecco che, alzata la cornetta, avverto la cosa più urtante di questo mondo: il suono isterico dell'occupato, simile a quello dell'intellettuale anziana e logorroica o di un assistemte sociale nel pieno esercizio delle sue funzioni e innanzi d'innamorarsi o di trovare un uomo che la ascolti. In mente dissi: “Ci siamo”, mentre premevo il dito sulla forcella. Riportai il ricevitore all'orecchio, ma l'anziana signora e l'assistente erano ancora là a discutere con le stesse parole, anzi con un'unica sillaba "ta-ta-ta-ta" con lo stesso problema. Riagganciai la cornetta e mi armai di pazienza, invano, tormentato dal dubbio che un altro export-import mi soffiasse l'affare. Ripresi quindi la cornetta ma il trasmettitore diede più che mai il segno di occupato, questa volta, con tono anche più forte e insistito e con un'evidente punta di cinismo. Provai a formare il numero lentamente, ma tra un numero e l'altro ecco lì le voci punzecchiantisi tra loro dell'intellettuale e dell'assistente sociale, ossia il "ta-ta-ta-ta", paragonabile appunto alle funambolerie di due femministe. Mi alzai e mi avvicinai alla finestra. La mia casa sul mare sembrava un veliero tra i flutti dipinto da Brueghel il Vecchio, e la città in lontananza un aliscafo sbattuto qua e là dai rovesci giganteschi delle onde. Rumori, esplosioni, boati pervenivano ovattati al mio udito. Dovevano essere gli effetti dei soliti crolli, dell'altra mezza Napoli che stava sprofondando nelle sue stesse viscere, trascinandovi dentro, a matasse, la rete telefonica: onde il persistente occupato. Che fare? Che fa l'abbandonato? Si raccomanda alla Madonna, aspetta, spera, ritenta, riprova, riforma il numero con buona volontà, pausandolo bene, aiutandosi con la lente d'ingrandimento per liberarsi di ogni ulteriore dubbio e lasciando che il disco ritorni ad essere comodamente in posizione di fermo e si riposi un poco. Trattato con tanta dolcezza il "grillo" sembrò esaudire le speranze. Ed ecco sentirmi rispondere una voce , un poco strascicata e intrisa di dialetto, in ogni caso preferibile all'imperterrito strepito dell'occupato.
“Pronto - dissi - chi parla?”.
“Parlo io, Serafina. Chi volete?”.
“Scusi signora, avrò sbagliato”.
“Non vi preoccupate”.
Era decisamente una vecchia, ma, grazie a Dio, dal carattere mite. Era impossibile, aiutandomi come ho detto con la lente d'ingrandimento, che avessi sbagliato numero. Lo informai ed ecco di nuovo la voce della signora. Questa volta fu lei a rispondere “pronto”, aggiungendo:
“Sono sempre io, quella di prima...”.
“Signora, scusatemi mille volte. Ci dev'essere un contatto. Qual'è il vostro numero?”.
“37 37 36”, rispose.
“E' un bel guaio”, dissi. Ora siamo in trappola.
Il numero che sto facendo è il 37 37 37.
(Con questa tempesta, pensai, il contatto sarà inevitabile fra il 37 e 36. I due fili si staranno toccando in continuazione e addio...).
“Rimettete a posto, gentile signora, riproverò più tardi”.
“Riprovate quante volte volete , più riprovate e più mi fa piacere”.
Rimisi a posto la cornetta e camminai come un leone in gabbia per una decina di minuti o forse soltanto un paio, che io allungai con l'immaginazione della rabbia. Rifeci il numero ed ecco lei:
“Pronto, sono sempre io non c'è bisogno che vi scusate. Che volete farci. Io sono una povera vecchia, ma grazie a Dio, non mi manca nulla. Mia figlia ha fatto un buon matrimonio e mio figlio, essendo morto mio marito - un sant'uomo, era fornaio di prima classe, l'avrete certamente conosciuto, Pasqualino, lavorava dai Fiorelli, vicino al cinema dei signori - e mio figlio, dicevo, non si è sposato per tenermi compagnia. Però può tenermi compagnia solo la sera, perchè, somigliante in tutto a suo padre di cuore e di forma che non andava d'accordo con questi sfaticati di napoletani, la mattina va a lavorare e ritorna solo la sera. Così io, povera vecchia, con un marito ch'era bello, Gesù perdonami, pur avendo avuto marito, proprio ora che son tutta dolori, sò vedova e pur avendo una figlia a cui non manca niente, neanche quattro bambini, tre maschietti e una femminuccia, senza dire do frigorifero, da lavapanni, da lavapiatti e da machena a cinque posti e un figlio, che non sa cosa sia peccato o fèmmena o juoco, passo le giornate sola sola. E fossero le giornate piene di sole. Ci sta sempre da fare qualche cosa, annaffiare una pianta fuori sul balcone, chiamare il ragazzino del salumiere, guardare qualcuno nella via. Ne accadono tante... Ma quando il tempo si scatena l'unica speranza, signore mio, rimane il telefono e il contatto. Uno sente finalmente un campanello arzillo arzillo trillare per le stanze, può rispondere pronto e avere il piacere di parlare con un signore gentile come voi. Credete che è poco? Ripetete, ripetete, non vi preoccupate, non dovete provare vergogna, io vi risponderò sempre... Son tutta dolori!...”.
Era una giornata di pioggia eccetera, eccetera.
 

L'autore 

 
Domenico Rea nasce a Napoli nel 1921. Trascorre l'infanzia e la prima giovinezza a Nocera Inferiore; poi, dopo un breve soggiorno a Milano, si stabilisce definitivamente nella città natale. Nella metropoli partenopea e a Nofi (una ricreata Nocera Inferiore) ambienta gran parte della sua narrativa. Esordisce nel 1947 con la raccolta di racconti Spaccanapoli, a cui ne seguono numerose altre, fra cui Gesù fate luce (1950, premio Viareggio), I racconti (1965), Il fondaco nudo (1985) e i romanzi Una vampata di rossore (1959) e Ninfa plebea (1992, premio Strega), da cui Lina Wertmùller trae l'omonimo film. Tra i suoi libri di saggistica: Il re e il lustrascarpe (1960), Pulcinella (1968), Diario napoletano (1971), Fate bene alle anime del purgatorio (1973), Pensieri della notte (1987). Muore in seguito a un ictus nella sua villa di Posillipo nel 1994.
 

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