Da Sandro Veronesi, La forza del passato, Bompiani, Milano, 2000

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 Arriva il cellulare
 
Il protagonista del romanzo La forza del passato di Sandro Veronesi è un quarantenne che scrive libri per ragazzi e che ha avuto la vita sconvolta dalle rivelazioni di un misterioso personaggio sul conto di suo padre, da poco scomparso. Nel brano che segue ha un incontro con  una bellissima ed enigmatica sua ammiratrice. A un certo punto dalla borsetta della donna fa la comparsa il telefono cellulare, uno strumento con il quale si ha ancora poca pratica e che finisce per monopolizzare l’attenzione fino alla fine dell’incontro.

- Le posso lasciare il mio numero? - dice la donna, an­cora fuori campo - Sarei felice se lei mi chiamasse, qual­che volta...
E infine lo faccio, mi volto verso di lei, vada come va­da. Per fortuna non mi sta guardando: ha estratto un te­lefono cellulare dalla borsetta - c’è tutto, li dentro, è la va­ligia di Eta Beta -, ed è presa a smanettarci sopra, con la testa china e gli occhi assorti sulla tastiera.
- Scusi - dice - ma l’ho preso da poco, e il numero non me lo ricordo...
Bip, bip, bip, spinge tasti, scuote il capo...
-  Ah, ecco...
Ecco che solleva gli occhi, e la bellezza, passato quel momento raggelante, le e tornata addosso, scortata dai due eroi di Anonimo Veneziano.
- Ha da scrivere?
Infilo la mano nel taschino, e l’agendina non c’è. C’è una Bic senza tappino, ma l’agendina no - e infatti l’ho tolta dalla giacca l’altra sera, certo, per leggere la frase del­l’Imperatore del Giappone che ci avevo annotato, e l’ho appoggiata sulla scrivania, lo ricordo benissimo, senza più rimetterla al suo posto.
- Un momento... - bofonchio.
Dunque, il numero di questa donna: dove lo scrivo? Non le telefonerò mai, non dopo ciò che è capitato con quell’assegno; e neanche lei, sono sicuro, si aspetta che lo faccia veramente - però dovrò pur scriverlo, visto che me lo vuole dare. Potrei scriverlo sul suo giornalino, ma mi sembra una cosa un po’ sciatta; sul libro di Carver, visto che credo proprio di non darglielo più - ma non è detto, potrei cambiare idea all’ultimo momento; sulla mano, ma sarebbe un gesto troppo sensuale, e di equivoci ce ne sono stati abbastanza. Mi frugo nelle tasche della giacca e trovo un foglio; anzi, ora che l’ho tirato fuori è una busta, una busta spiegazzata e non chiusa, senza nulla scritto sopra, ma piena. Cos’è? Ma questo è un problema secondario, ora, intanto ho trovato dove scrivere ii numero.
- Ci sono.
- 0335  scandisce - 5348318. Mi hanno detto che prende anche in Austria. Sa, da lunedì prossimo mi trasfe­risco là.
Scrivo il numero, diligentemente, e mi sento un po’ meglio.
- Dove, di preciso? — riesco addirittura a domandarle.
- A Innsbruck.
Sì, il peggio è passato, sta passando. Questa donna non mi odia più, mi sorride, di nuovo bella da far male; e in fondo non è nemmeno detto che mi abbia mai odiato - anzi, mi ammira, l’ha detto lei stessa. Dopotutto sono una specie di angelo, per lei, che raccontava storie al suo bambino per farlo addormentare, e ora che si è addormentato troppo le dà una mano a cercare di risvegliarlo. Forse ap­prezzerebbe anche il libro di Carver, se glielo dessi, forse lo leggerebbe, e quella frase sottolineata potrebbe aiutarla a non mollare con tutto quel che sta passando. Sì, sorvo­lando sul terribile dettaglio dell’assegno non girato - mol­to carveriano, tra l’altro -, non ha avuto che del bene, da me: Perché dovrebbe odiarmi?
- Bene - dice - forse è meglio che vada. Sa il numero dei taxi, per caso?
 - 3570.
- Grazie.
Si rimette a armeggiare col telefonino, e non è proprio pratica, si vede benissimo. Poi se lo porta all’orecchio.
- Qui dove siamo? - mi chiede.
- Porta San Paolo.
Resta in silenzio per un po’, con un’aria tenera e spae­sata che le dona parecchio.
- Le linee sono occupate - dice, e io la incoraggio, con una smorfia, a fidarsi della stucchevole voce registrata che la sta pregando di attendere. Lei ubbidisce, e rimane in ascolto. Poi, di colpo, s’irrigidisce.
- Buongiorno, avrei bisogno di un taxi a Porta San Paolo...
Un piccione zompa d’improvviso sul bracciolo di una sedia vuota, accanto alla mia.
- Oh, un momento... - dice la donna.
Scosta il telefono dall’orecchio e con la mano mi indica la busta dove ho appena segnato il suo numero. Il piccio­ne vola via.
- Scusi, che numero ho? - e arrossisce di nuovo.
- Dica che chiama da un cellulare - faccio io, uomo di mondo.
       Lei esegue, poi annuisce con espressione riconoscente per comunicarmi che le ho fatto fare la cosa giusta. Non mi odia, no. E non credo nemmeno che parlerà male di me passando davanti ai citofoni.
Mentre aspetta che le assegnino il taxi, così bella, col telefonino all’orecchio, sembra una pubblicità della Tim.

L'autore 

Sandro Veronesi nasce a Firenze nel 1959 e vive a Roma. Nel 1988 pubblica il suo primo romanzo, Per dove parte questo treno allegro. Collabora con la rivista «Panta - I nuovi narratori», dove pubblica alcuni racconti, con «Il Manifesto» e «L’Unità». Nel 1992 esce Occhio per occhio. La pena di morte in quattro storie, un libro-inchiesta sulla pena capitale. Con il romanzo La forza del passato (2000), tradotto in 15 lingue, vince il premio Strega e il premio Viareggio. Bissa la vittoria allo strega con Caos calmo (2005). Nel 2007 pubblica Troia brucia.

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